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Chitarra: cinque cose da ricordare in sala di registrazione

18 January 2010 No Comment :: Scritto in Chitarra :: Altri post su , , ,

di Paolo Strina*

Luglio 1992.
Dopo un paio di telefonate interlocutorie con Paolo Montevecchi, già attore di indubbia bravura, decido di partire per andare a suonare in quel di Cesena. Il programma prevede una settimana circa di lavoro massacrante per preparare un live all’ interno dello Stadio dell’ Osservanza, e dal giorno dopo dare il via alle registrazioni per il primo album del gruppo “Il Barbiere”, formato da Montevecchi stesso, che compone e canta, e altri due ragazzi al basso e alla batteria (non li cito espressamente perchè non li sento da allora e magari non avrebbero piacere a ritrovarsi qui). Partiamo da Roma in tre, io, Paolo e Dario Camiglieri, compagno di mille avventure nonché chitarrista ritmico per l’occasione.
Il viaggio sembra durare all’ infinito, la Uno di Paolo ogni tanto chiede pietà, ma alla fine ci siamo.
Prove deliranti, un live carico di energia e con il giusto grado di sporcizia, e poi entriamo in studio, al Tower di Cesena, guidato dall’ eccelso Paride Pironi, genio della consolle.

Lo studio è ricavato all’ interno di una vera e propria torre, ed è strutturato in verticale: la sala di ripresa è praticamente sotto terra, a livello della strada c’è un piccolo salottino per la decompressione delle orecchie (e dei nervi), mentre al primo piano c’è la regia. Il digitale è ancora di là da venire, e si registra tutto necessariamente in analogico, su nastro magnetico, bello, largo, spesso, e soprattutto caldo. Tutti i suoni di chitarra vengono registrati con la mia vecchia stratocaster rosa ed un Peavey Bandit, chitarra e cavo, uno shure davanti e via. L’unica traccia ammorbidita dal chorus viene filtrata tramite un vecchio Roland a nastro. Poi, a parte un paio di interventi col wha wha (un vecchio Dynamic Filter della Boss, ed un glorioso e cigolante Dod), tutto il resto è diretto, secco, come direbbero gli americani “in-your-face”.

Ecco, tutto questo non esiste più. O meglio, è stato registrato all’ epoca, quasi vent’ anni fa, ma adesso non è più possibile.
Nel giro di pochi anni, il nastro è stato sostituito dagli hard disk di macchine sempre più potenti, la gestione del segnale è ormai tutta sotto il dominio del digitale, le possibilità sono diventate infinite, sia prima che dopo aver registrato la parte.
E’ una rivoluzione totale, una vera e propria liberazione creativa, la totale democratizzazione dell’accessibilità ad ogni timbro, sfumatura e manipolazione immaginabile, prima, durantre e dopo l’esecuzione. Insomma, non serve nulla di più che la propria chitarra, un buon cavo, e basta.

In teoria.
All’atto pratico, non è proprio così. Nonostante tutto, dovrete e potrete ancora fare delle scelte (e degli errori).

1 La prima cosa da fare è procurarsi diverse chitarre.
Tenderete a fare le parti più caratteristiche e personali (gli assoli ed i riff) con il vostro strumento preferito, ma per tutte le altre parti secondarie, non disdegnate mai l’utilizzo di un’ altra chitarra.
Imponetevi di passare da uno strumento all’altro per le diverse sezioni. Le parti da doppiare, ad esempio, sarebbe addirittura un peccato suonarle tutte con la stessa chitarra. Ne guadagnerete in varietà di colori e in spessore, l’esecuzione risulterà più varia ed articolata. Può sembrare banale, ma è così. Insomma, la les paul è bellissima sugli assoli. Gli arpeggi, invece, fateli con la telecaster. E poi provate ad invertire i ruoli.

2 Scatolette varie.
No, non dovete prepararvi per il campeggio. Parlo di distorsori, preamplificatori, simulatori.
Insomma, a prescindere da quanto offerto via software, premunitevi di pedali vari ed assortiti, dal fuzz vetusto al simulatore digitale in stile Pod o simili. La generazione della timbrica del vostro strumento può passare per vie lunghe e tortuose, in ogni caso, ma il poter gestire in autonomia il proprio suono vi da due vantaggi innegabili: se la cpu del computer che state utilizzando comincia a barcollare, chiudete tutti i software adibiti alla simulazione, alleggerendone il lavoro; inoltre, a prescindere da dove farete le prossime registrazioni, finchè avrete il possesso della vostra scatola magica, potrete replicare il suono della vostra chitarra in ogni occasione e situazione.

3 Il cavo jack è senza dubbio la componente del suono più sottovalutata.
Male. Sperimentate con diversi cavi, variatene qualità e lunghezza; la chitarra reagirà in maniera diversa, ma mai in modo troppo prevedibile e scontato. Arrotolate, portate e provate.

4 Dita e plettri
Suonate solo con le dita? Comprate una manciata di plettri differenti. E se invece usate abitualmente il plettro, cambiatelo. Scoprite le varie sottigliezze implicate nello spessore e nei materiali sperimentate a seconda della parte da suonare, e a seconda dell’ intenzione da dare all’ esecuzione.
Il vostro plettro Heavy non ha nulla che non vada, ma a volte la soluzione è a portata di mano…

5 Bottleneck
Anche se non è un disco di blues del delta, portatevi sempre dietro un bottleneck.
Pensate ai Pink Floyd, alle parti di lap steel registrate da Gilmour su “the dark side of the moon” e vi farete un’ idea di quanto, a volte, scivolare sulle cose sia molto più produttivo che puntare i piedi.

*Paolo Strina, chitarrista gustoso e sopraffino è l’uomo a (almeno) sei corde della romana Marcosbanda. Ha suonato al Primo Maggio, ha aperto il concerto di Zucchero dopo aver vinto il Cornetto free music audition e calcato un sacco di altri palcoscenici.



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