Kung fu playing

Ci sono studi che mi ricordano tanto il “dai la cera, togli la cera” di karatekiddiana memoria.

Sono esercizi la cui essenza è nella ripetizione, una ripetizione ossessiva di pattern e frasi; che non hanno senso se non vengono metabolizzati, che richiedono settimane a volte mesi per entrare in circolo, ma, poi, come d’improvviso, producono effetti inaspettati portandoti a un livello superiore, là dove la “meccanica” (diciamo la tecnica) non avresti mai pensato ti portasse.

Si tratta di studi – cito a caso – come lo Stick control per tamburo di George Lawrence Stone; le variazioni sul tumbao per le congas; il metodo Hanon per pianoforte; 101 montunos e Salsa and afro cuban montunos for piano.

Questi studi vengono generalmente sottovalutati dagli allievi più giovini ma anche da professionisti più maturi e teoricamente preparati, il cui approccio in genere è “l’ho fatto 4 volte, dai lo so”.

Il “dai lo so” è un degli atteggiamenti che, secondo me, rallentano l’apprendimento musicale: una forma di superbia nei confronti della partitura e dello strumento che porta in genere in un vicolo cieco. Ai musicisti sfuggono spesso un approccio e una mentalità che agli sportivi è ben nota. Per loro la ripetizione ossessiva, continua, umile dell'”esercizio” è la base per ogni progresso.
Penso ad esempio a un nuotatore, alle sue vasche, ai tempi con cui si confronta costantemente, al “timing” delle bracciate, alla tecnica del suo stile. Si vedrà che non c’è molta differenza con il lavoro che dovrebbe essere alla base di una seria preparazione musicale: ancora prima dell’aspetto artistico; prima ancora, o meglio, alla base, della musicalità.

Gli stessi principi, per fare un passo avanti, sono alla base delle arti marziali, nella loro versione più spirituale. Chi ha praticato anche solo di sfuggita ma con partecipazione una di queste discipline sa che all'”arte”, cioè alla perfetta esecuzione, si arriva solo attraverso un lavoro intenso fatto di fisicità, assimilazione della tecnica e di lavoro interiore e spirituale.

E’ questo – umiltà, ripetizione, spiritualità – un atteggiamento che risulta utile anche nell’affrontare artisticamente una partitura musicale.
E’ vero che più il vocabolario tecnico è ricco meno saranno le difficoltà a esprimersi; ma – e qui posso scomodare un ottimo didatta come Peter Erskine – è importante entrare nel brano con semplicità, iniziando a farlo girare totalmente rilassati, cercando di capire “dove la musica vuole portarti”, continuando a ripetere ciò che si è capito e allargando lentamente l’orizzonte. “Non si deve suonare – dice sempre Erskine, ma con lui tantissimi altri grandi didatti e musicisti – per far vedere quello che sai fare, ma per interpretare la musica”. Concetto semplice e difficile allo stesso tempo, che spesso dimentichiamo.

Ripetizione, umiltà e leggerezza. Tutto a partire da un semplice “dai la cera, togli la cera”.

This article has 3 Comments

  1. Peccato che aver suonare l’Hanon non vuol dire aver acquisito tecnica!!! .. e poi suonare e studiare pianoforte non lo si può paragonare al jogging… non è palestra SUONARE il pianoforte..

  2. E’ vero, in tutti quelli che hanno iniziato a studiare piano da piccoli la parola Hanon fa drizzare i peli…
    Pero’, potrei sembrarvi pazza furiosa, a distanza di tanti anni (eddai non poi cosi tanti) suonare gli esercizi dell’Hanon uno dietro l’altro finché mi regge la mano è uno spasso… è come fare jogging, all’inizio hai il fiatone dopo due minuti e ti chiedi se i tuoi polmoni sono come quelli degli altri. Poi dopo un po’ ti diverti (io a questo con il jogging non ci sono ancora arrivata)

  3. Ohggesù, l’Hanon! M’è venuta
    la pelle d’oca… Roba da
    svegliarsi di notte
    all’improvviso urlando, per poi
    rassicurarsi: no, è finita,
    tranquillo, il prof. di piano è
    roba vecchia… Sull’Hanon mi
    hanno fatto impazzire, anche
    se non abbastanza visto che
    poi il piano non l’ho mai
    imparato. Il kung fu non fa
    per me.

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