Nudi alle note

Quando hai scelto la batteria, una cosa che non puoi permetterti è il pudore di studiare. Quella delicata fase in cui lavori su qualcosa che non sai e sei vulnerabile e indifeso alla critica. Insomma fai schifo. Gente che origlia fuori dalla saletta studio, gente che ti manda su il portiere dopo un paio di quartine sul practice pad, gente che ti vuole bene e sopporta con cristiana o pagana rassegnazione le sessioni sul divano di casa. C’è sempre un sacco di gente a cui arrivano i tuoi rumori e spesso ti senti come diceva la pubblicità: in quei giorni, quando sembra che tutti ti guardino.
Un ex-allievo, così ha confessato, ha smesso di suonare perché la scuola – gli avevo offerto di studiare sul mio strumento – non era mai vuota e lui si vergognava. Vero che in casi come questi la motivazione non deve essere granitica, però capita.
Io ho smesso. Di vergognarmi, dico. Un po’ per necessità, perché se aspetti la sala perfettamente insonorizzata o il cascinale in campagna dove nessuno ti sente finché non padroneggi alla perfezione lo strumento puoi traquillamente trapassare all’inferno dei non musicisti; un po’ perché quelli come noi, gli almost drummers, lo strumento non lo padroneggeranno mai e quindi tanto vale giocare a carte scoperte; si ridimensiona l’ego e si rimettono a posto le priorità. Scoprendo che alla fine il mondo ha anche di meglio da fare che fermarsi per ascoltare e criticare proprio te, tutte le volte.
Tendo a fare lezioni aperte al pubblico: aiuta gli allievi insicuri a prendere le misure e quelli troppo sicuri a ridimensionarsi. Tendo, anche, a sfruttare la mia nudità durante lo studio. Soprattutto se il maestro E. entra in sala dicendo: “Ammazza, pensavo che era un allievo principiante, che stai affà?”. Come a dire: stai suonando di merda. Alle prese con una combinazione ogm di rudimenti tra doppia cassa e rullante ho capito che ero sulla strada giusto: un bel pezzo di incapacità su cui lavorare. Non lo diceva anche il Grande Tamburino: conosci le tue mancanze?

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