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Tutte le strade di Gonzalo Rubalcaba: “Suite Caminos”

Non che si snobbi il Gonzalo Rubalcaba, per carità, ma occhiando distrattamente la copertina del suo ultimo “Suite Caminos” è possibile sottovalutarne il contenuto: a grafica brutta musica brutta.
Errore.
Chiudere gli occhi e ascoltare.

È un disco carico di passione, di spiritualità, di musica cubana presa nella sua essenza di canto devozionale e miscelata con grandissimo gusto al Jazz di Rubalcaba, che per l’occasione mette le mani su diverse tastiere, oltre al piano, ovviamente. Sorprendente la purezza dei Toques Batà (suonati in maniera divina) “sporcata” da interventi quasi dissonanti di Church Organ (!?) e notevoli synth lead à la Minimoog.

Anche negli episodi più consoni al Latin Jazz “convenzionale” l’afrocubanìa serpeggia sempre con i suoni dei tre bimembranofoni liturgici (i Batà suddetti) oppure solo con gli Acheré (le “zucche conle perline”, anch’esse devozionali ­ quasi a non voler mai allontanarsi troppo dalla dimensione
rituale).

Timbales e Tumbadoras appaiono a tratti, ora con il forsennato e complicato stile contemporaneo, ora con estrema semplicità (la Rumba Columbia nel finale di “Santa Meta” è scolastica, elementare ma dopo le spigolosità dei movimenti precedenti ­ ogni brano è una piccola suite composta da diversi episodi – se ne ascolta l’esemplare scorrevolezza con estremo piacere).

Nel brano più “Fusion”, “Alameda de Vientos”, compare la chitarra di John McLaughlin, una sorta di ponte tra la spiritualità indiana della Mahavishnu Orchestra e quella afroamericana di Suite Caminos (che in questo brano sboccia prepotente nel penultimo movimento esternandosi con le
voci dei rarissimi Tambores Bembé).

Completano la parata enciclopedica della Cuba più misconosciuta e misteriosa i Tambores Arará presenti nel brano “Via Prodigiosa”.
(In realtà all’appello “percussivo­esoterico” mancherebbero i Tambores Yuka, Makuta e Iyesá ma aspettiamo fiduciosi il “Suite Caminos Vol.2”, senza fare troppo gli schizzinosi con la copertina…).

[DI CARMINE PONGELLI]

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Vida, muerte y revolución: Lila Downs e la musica per i morti che ridono

El Día de Muertos è un giorno di grande allegria per i messicani.
Festa di origini precolombiane, è uno dei tanti riti sopravvissuti al proselitismo cattolico grazie alla capacità dei nativi di sincretizzare le loro proprie credenze con quelle imposte da “la Catolicisima España”. Dolcetti (perlopiù a forma di teschi), fiori, essenze, alcool, musica e danze, il giorno dei morti è un occasione per ricordare chi non c’è più e per esorcizzare la grande livellatrice, spesso in maniera comica, altre volte in maniera struggente.

Proprio al tentativo (riuscito, pare) di tenere lontana la “Comare secca” è dedicato l’ultimo disco dell’immensa Lila Downs, bandiera della musica messicana, il cui esposo sembrava dovesse fare un viaggio senza ritorno nel Tlalocan, il paradiso delle anime dei morti per malattia.

Attivista sociale, cantante passionale, indefessa sognatrice che cerca di trasformare la società con la musica, non si considera ambasciatrice della sua terra, la regione di Oaxaca, posto di rara dolcezza (cit. Lia di Haramlik), ma si pone come una specie di “traduttrice” di alcuni dei pensieri e della profonda grazia e gentilezza che la gente di Oaxaca, soprattutto le donne, hanno innate. Della loro straordinaria forza con la quale combattono cose terribili.

Lila offre musica ai messicani come rifugio dalla violenza quotidiana (cit. Latino Fox News).

 

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Uakti: l’acqua diventa percussione e altre magie

I brasiliani Uakti sono maghi. Possono non piacere, rientrano con tutti i crismi nella categoria dei Minimalisti, “stile” che vede tanti seguaci quanti detrattori. Ma sono dei maghi, inventori di tutti gli strumenti a percussione che utilizzano.
Per dire, suonano l’acqua

La Torre Armonica è forse la più affascinante fra le loro invenzioni

Suonano legno e vetro con marimbe autocostruite che hanno le barre che poggiano su due diverse casse di risonanza (una per i tasti bianchi ed una per i tasti neri, per dirlo pianisticamente), le quali possono essere invertite o traslate in modo da poter suonare accordi e sequenze difficilmente eseguibili con gli equivalenti strumenti tradizionali.

Apertura del DVD Brasileirinho di Maria Bethania con alcune delle meravigliose Bachianas Brasileiras di Heitor Villa Lobos

Gli Uakti devono il loro nome ad una leggenda del popolo Tucano, Amazzonia. Pare fosse il nome di un essere mitologico che viveva sulle sponde del Rio Negro. Il suo corpo era pieno di buchi e quando il vento vi soffiava attraverso creava un suono capace di circuire le donne delle tribù vicine. Gli uomini si infuriarono, gli diedero la caccia e lo uccisero.
Nel posto dove lo seppellirono spuntarono palme rigogliose e il legno di queste palme venne da subito utilizzato per fabbricare flauti che ricreavano lo stesso suono ammaliante.

Gli Uakti hanno avuto ed hanno tuttora una carriera formidabile: Milton Nascimento, Manhattan Transfer, Paul Simon, Stewart Copeland, Philip Glass ecc.

Uno dei brani frutto della collaborazione con Philip Glass

Qui un intero concerto tenuto quattro anni fa a Roma.

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Adiabatic Invariants – Hybrid Kit and Pure Data o dell’impermanenza del suono

(di Carmine Pongelli)

Adiabatic Invariants' Esperienza strana e affascinante questa dell’ascolto di HKPD – Hybrid Kit and Pure Data – disco di musica elettroacustica (definizione che abbraccia solo parte di questo complesso lavoro) di un duo formato da Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis: rispettivamente percussionista e live electronics guru.

Di primo acchito la sensazione è ostracismo: quello tipo del preconcetto “incomunicatività di certe avanguardie”.
Poi si coglie, o si crede di cogliere, un suono che rimanda alla sintesi granulare; sintesi nata dagli esperimenti con nastri magnetici fatti da Iannis Xenakis: architetto, ingegnere e compositore greco.

Così si va a leggere l’informativa stampa a corredo del disco e si trova citato il suddetto padre della musica generata dalla matematica. Sinapsi e neuroni cominciano a lavorare: si aprono sentieri, si colgono lampi di luce conosciuta; e ci si mette comodi e ci si lascia accompagnare nel continuo cangiamento dell’orizzonte sonoro degli Adiabatic Invariants.

Particolare è la lingua delle percussioni di Luca Gazzi: timbri familiari per frasi aliene, le quali a volte giocano a rimpiattino con i loro stessi suoni, suoni ricampionati e processati da Marco Matteo Markidis di cui regna l’originalità dell’inascoltato, grazie all’artificio della manipolazione elettronica.
Musica elettronica fredda se presa a sé, ma emotivamente significante in questo connubio con la primitività del suono concreto delle percussioni.

L’umanità sottesa direttamente svelata dalle voci campionate che compaiono tra una curvatura dello spazio sonoro e l’altra, un vociare indistinto giocato ad un certo punto come fosse un continuo tuning radiofonico alla ricerca di un equilibrio che invece sfocia nel nulla, metafora del caos.

La chiosa del disco è struggente e lascia pensare.

Non so cosa significhino le parole campionate dalla voce di una donna slava, presumibilmente russa.

Agnostico, lascio che il pensiero vada spontaneamente ad un libro di cui lessi le impressioni, i sentimenti di quelle persone che hanno toccato l’ignoto, il mistero.

(Preghiera per Cernobyl’, Svetlana Aleksievic – ed. E/O).

L’invariante adiabatico è una grandezza fisica che resta invariata quando un sistema fisico è assoggettato a una debole perturbazione lentamente variabile (Fisica, Vincenzo Paticchio – Jaca Book).

L’invariabilità dei due musicisti/filosofi/fisici nel mentre, con le loro manipolazioni continue, danno vita ad universi sonori in lento e progressivo constant change.

Live set:

(edits & apostrofi rosa: Gianluca Sgalambro)

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ACT Music: la ricerca del jazz a ogni costo

FireShot Screen Capture #580 - 'Esbjörn Svensson Trio - Elevation of Love - YouTube' - www_youtube_com_watch_v=HWS-TgLDt38&feature=youtu_be (di Carmine Pongelli)

La ACT Music è un’etichetta tedesca il cui catalogo è zeppo di jazzisti, perlopiù nordeuropei, di grande valentìa.
La filosofia della casa è quella di dare la più ampia diffusione possibile al linguaggio jazz (“desire to push musical boundaries while reaching out to a wider audience with both authenticity and innovation at their core”).
Strada, questa dell’arrivare a tanti, non priva di certi rischi.

Il bel suono ACT, morbido e caldo, piacevolmente ammiccante e abbastanza lontano dall’algida magnificenza aristocratica dei riverberi ECM (etichetta di Manfred Eicher, casa iconica del jazz, tedesca anch’essa) ci veicola spesso, a fianco di lavori veramente moderni e creativi, progetti un po’ troppo “smooth” (lèggasi jazz depotenziato), quando non intere produzioni le cui tracklist sono colme di riletture di successi pop in chiave jazzy (ovvero pop potenziato).

Volendo fare i candidi (prima educare, poi vendere), diciamo che questa seconda strada, probabilmente, potrebbe essere buona per inculcare qualcosa di più osé nelle menti di chi fugge armonie più complesse di quella di un sol che risolve in do: ti faccio una “Message in a bottle” o una “Here comes the rain again” con accordi semidiminuiti, none, tredicesime, sostituzioni alla vattelapesca col resto di due e vediamo se piano piano non ti porto ad ascoltare Miles Davis oppure Oscar Peterson.
Potrebbe funzionare, chissà.

A proposito di Oscar Peterson, gigante del pianismo jazz: nel suo ultimo quartetto militava lo svedese Ulf Wakenius, attualmente vichingo in forza ACT, gitarrist molto in odore patmethenyniano.
La “piacevolezza” seguente è un brano – stavolta – originale (o almeno quasi originale, visto il suono molto molto vicino a quello del succitato chitarrista del Missouri) scritto, oltre che dal Wakenius, da altri due nomi di punta del catalogo ACT: l’accordeonista francese Vincent Peirani e il contrabbassista, svedese anch’egli, Lars Danielsson:
(immaginiamo una botta di vita data da un modo maggiore, un tamburello, un sovracuto salentino che canta bellulamoreecilusapefà e la tarantella è bella e servita, è che i nordici hanno troppa bruma nel cuore…)

Il compianto Esbjorn Svensson, ACT flagship, morto veramente troppo presto, quello che aveva indicato la strada giusta per un jazz nuovo e bello:

Magnus Öström, batterista e compositore a cui il gioco della manipolazione della staticità metrica riesce particolarmente bene, erede spirituale di Esbjorn Svensson:
per dire: dal min. 1:38 gli ottavi sono divisi in cicli di 3+4+3+4+5 (per poi cambiare ancora, obviously, senza perdere minimamente in fluidità e musicalità)

L’ultimissimo acquisto della scuderia tedesca è la polacca Natalia Kowalczyk in arte Mateo (nick non originale: si confonde con l’omonima attrice e sceneggiatrice spagnola).
Andando a curiosare fra le sue produzioni pre ACT ci si imbatte in un repertorio effettivamente poco spendibile al di fuori del mercato locale.
Il maquillage della casa tedesca, che mira a fare della Mateo una cantante dal potenziale commerciale più ampio, ci offre l’esempio del “lato oscuro” della strada della diffusione a grandi numeri del jazz; e quindi via a “The windmills of your mind” (bellissima invero), “Paparazzi” (non che ci volesse molto a migliorare l’originale, però…), “Walk on the wild side” (innocua ma non se ne sentiva la mancanza e poi il percussionista poteva spenderli due złoty per mezza lezione di Udu Drum), una saccheggiatina all’ultima Beth Hart prodotta da Joe Bonamassa (ehm… suvvìa…) e via discocorrendo (no, non è un refuso).

Invece, del vecchio repertorio sono rimasto particolarmente colpito da questa “Lato”, (Lato in senso di “Estate” in polacco, non il Gregorz Lato capocannoniere ai mondiali del ’74) canzone tradizionale di cui però non sono riuscito a trovare altre tracce in rete, ballad appena sussurrata e scarnissima. La linea melodica delle strofe è praticamente identica a quella di un brano d’autore brasiliano del 1927, “Sussuarana” (simile la melodia ma non l’armonia, che nel brano europeo è più rada e tende a “decolorare” l’atmosfera con toni più freddi, duri).
Hekel Tavares e Luis Peixoto, gli autori di Sussuarana, si saranno fatti un giretto in Polonia?
Oppure, al contrario, qualche emigrante polacco dopo anni di duro lavoro sudamericano ha messo insieme due reais, comprato il 78 giri per ricordo e, portandolo a casa, ha involontariamente dato vita ad un rigagnolo musicale capace di immettersi nel fiume della polska tradycja?

Chissà, visto che le note in numero di sette sono effettivamente pochine, molto probabilmente è solo un caso.
O forse no.
Comunque il bello della cultura è proprio l’essere un magma vivo che cammina e si mischia, erutta, brucia e rigenera, crea fiumi sotterranei e poi sale alla luce e ritorna giù in continuazione, aldilà di chi abbia influenzato chi e di come lo abbia fatto.
No border.

La Mateo in “Lato”, ovvero il concetto di “L’estate sta finendo e un anno se ne va” che hanno in Polonia (amiamo e perdoniamo nell’ora del probabile successo quel pisquano del chitarrista, visibilmente ingolfato da vertigini prosceniche):

La “Sussuarana” interpretata (con una insignificante stecca che ce le fa amare ancor di più) da due gigantesse della musica Brasiliana: Nana Caymmi e Maria Bethania (da notare come, a conferma che le palme da cocco non crescano sulle spiagge del Baltico, i lusofoni battano in calore gli slavicembali 6-0 6-0):

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Daniele Sepe o della bravura di mischiare le carte della musica

daniele sepe (di Carmine Pongelli)

Sta per uscire l’ultimo lavoro di Daniele Sepe, sassofonista “parte nopeo” e parte del mondo intero.
In attesa di ascoltare l’ennesimo disco tanto bello quanto molto probabilmente ignorato dal sistema musicale italiano, scaldo un po’ l’inchiostro nel calamaio per far presente, a chi dovesse passare da queste parti e non conoscesse il Sepe, quanta bella roba si sta perdendo.

Fondamentalmente Daniele è un musicista militante, politico, con una solida formazione di musica “Colta” prima e Jazz poi.
Avanguardia del relativismo culturale, tanto da farne un marchio di fabbrica (“ammischiamm’ e ccart’, cchiù nne simm’ e cchiù bell’ parimm’” recitava un booklet di un CD di tanti anni fa).
La sua musica è un minestrone di influenze varie che si concretano in uno stile personale, colorato, potente e costantemente cangiante pur rimanendo sempre riconoscibile.
La sensazione visiva di un caleidoscopio traslata all’esperienza uditiva.

L’ultima volta che lo vidi dal vivo fu nell’agosto 2012, erano anni ormai che non frequentavo un suo live e rimasi basito dal livello tecnico ed espressivo raggiunto dalla band (Daniele mi disse che con questi musicisti aveva raggiunto la quadratura del cerchio ma non era del tutto vero: l’anno successivo spuntò fuori un nuovo batterista).
Una potenza sonora massiccia, momenti improvvisativi continui e sorprendenti, arrangiamenti mai banali e scontati e, crème de la crème, questo suono di Sax tutto cuore e anima, un po’ Gato Barbieri, un po’ Sonny Rollins ma, in fin dei conti, Daniele Sepe.

L’attesa dell’uscita del nuovo “A Note Spiegate” può (deve, per chi non lo avesse già) essere ingannata approfittando della ristampa del libro + CD del 2012, “Canzoniere Illustrato”, appena uscito per le Edizioni Round Midnight di Domenico Cosentino. Il libro che accompagna il disco contiene un fumetto d’autore che illustra i testi di ogni brano.

Alcuni dei brani contenuti nel disco in uscita sono già stati diffuse in rete: Antonico, ad es., un samba del 1973 scritto da Ismael Silva e reinterpretato, tra gli altri, da Gato Barbieri.

A me, percussionista, piace giocare con le coordinate geomusicali dei tamburi presenti nei brani: nasce samba, purissimo: rebolo (o surdo), pandeiro, tamborim e cuica; poi l’argentino Gato gauchizza il tutto spostandolo nel sud del sudamerica, “sterilizzando” il fraseggio del tamborim, cassando rebolo e cuica e affidando la parte di pandeiro ad un semplice tambourine, di quelli senza pelle, mentre la brasilidade è mantenuta da un drumset bossanoviano; Daniele ripesca la versione “de la Pampa sconfinata” e affida a Paolo Forlini e a Robertinho Bastos il compito di suonare le percussioni e, mentre il primo fa scintillare la sua batteria attenendosi al fraseggio originale, il secondo riesuma pandeiro e cuica e poi triangola a nord – Cuba – aggiungendo un Tumbao di Congas (che non è niente male per essere suonato da un brasiliano… bella mano il Bastos).
Difficile tenere in armonia pandeirada e tumbao, di solito prevale un fraseggio o l’altro, la lingua portoghese o quella spagnola, ma qui Robertinho è maestro di equilibrio.

La versione di Gato Barbieri

La versione originale di Ismael Silva

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Aleix Tobias Sabater: il berimbau, anzi 5, che non ti aspetti

ALEIX TOBIAS (di Carmine Pongelli)

Se avessi a disposizione un genio della lampada chiederei anzitutto una decurtazione anagrafica di una ventina di anni e poi, una volta esaudita la richiesta di freschezza ed energia, chiederei di essere ammesso a far parte dei Coetus.
A quel punto il terzo desiderio può anche aspettare.
Coetus, Orchestra Iberica di Percussioni, diretta da un geniale Aleix Tobias Sabater.

Che Aleix sia un grandissimo lo dimostra il fatto che con uno strumento primitivo come il berimbau, l’arco sonoro della Capoeira (lotta/danza acrobatica brasiliana), riesca a fare musica di questo livello (è vero: ne usa cinque di berimbau ma il concetto non cambia):

Se poi i cinque berimbau li affianchiamo ad un originale drumset e chiamiamo qualche amichetto suonatore di cui uno al Sax tenore, uno al Basso elettrico, uno alle Tablas ed un altro (Xavi Lozano, altro grande, ma qui son tutti grandi) incredibile soffiatore nell’andino Mohoceño e nel cinese Hulusi otteniamo ‘sta roba qua, poesia pura:

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La grande e malinconica bellezza di essere dispari: Yshai Afterman

(di Carmine Pongelli)

Terza generazione (in senso accademico) di modern frame drummer, l’israeliano Yshai Afterman viene alla ribalta come allievo particolarmente brillante del suo conterraneo Zohar Fresco, il quale ha elevato all’ennesima potenza la tecnica sintetizzata da Glen Velez.
Yshai è un musicista completo, scrive composizioni per percussioni, e altri strumenti, che sono veri pezzi di musica e non semplici esercizi.
Il brano relativo al video allegato è essenzialmente una ballata malinconica (molto nel carattere del Nostro, ovviamente, essendone l’autore) ma secondo me contribuisce a dare un senso all’insensato quanto abusato sintagma “World Music”.

Un po’ di mainstream grazie all’uso della lingua inglese, un po’ di medioriente (splendidamente suggerito dall’incipit dell’ispirato solo di piano), il contrabbasso come “carne intorno all’osso” (geniale battuta di Bill Laswell) ed un bellissimo quanto apparentemente semplice fraseggio ritmico (7 beats + 6 beats) derivato dal modern frame drumming ed applicato ad un essenziale drumset (lo strumento frame drum, bodhràn nella fattispecie, pur marcando il tempo assieme alla batteria qui è presente più che altro come colore timbrico) .

Yshai Afterman – “Nothing”

In quest’altro video abbiamo un esempio di composizione per sole percussioni, stavolta “solo” in 7 beats: Darbouka, Cajòn, Pandero Cuadrado e chincaglieria varia.
Brano ispirato da un poema scritto dalla mamma di Yshai, Susan, e registrato in Spagna grazie all’ausilio di grandi musicisti iberici, fra cui il catalano Aleix Tobias Sabater che è uno fra i più geniali e incredibili percussionisti contemporanei.

Yshai Afterman – “A line from Here to Nowhere”. Darbuka – Cajon – Pandero percussion composition

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Una clave “a togliere”: i timbales e la vieja escuela di Manny Oquendo

Nell’ambito percussivo afrocubano Manny Oquendo – maestro di timbales e bongós nato portoricano e cresciuto a New York – parla, anzi parlava, una lingua purissima.
A prescindere dallo strumento usato nel video relativo a questa breve dissertazione (un tutto sommato trascurabile timbalito usato a mo’ di bongó) Manny parla con la lingua dei padri: un “rompere il ritmo” giocando con la clave, esasperando la risultante elastica relativa all’uso dei colpi sincopati, togliendo e non aggiungendo.
Aggiungere troppo è un po’ l’orientamento generale, con le dovute eccezioni, delle nuove generazioni di percussionisti (non solo di scuola afrocubana, ahimé), giovani perfettamente in linea con il concetto di musica come educazione fisica.
E basta.

Un esempio del classico fraseggio di Manny Oquendo

Manny Oquendo Timbale

(di Carmine Pongelli)

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L’arte di far cantare i tamburi: seminario con Glen Velez, maestro del Frame Drumming moderno

glen velez

Glen Velez è una leggenda vivente della musica e uno dei grandi innovatori del frame drumming. Ha vinto 4 Grammy Awards ed è stato ammesso nella Percussion Hall of Fame della the Percussive Arts Society.

Il Solkattu è la teoria metrica da cui scaturisce il ritmo nella musica indiana.
Si basa su un alfabeto sillabico, dinamico ed efficace, che avrebbe fatto invidia a Filippo Tommaso Marinetti.

Mi piace immaginare che se questi avesse conosciuto il Solkattu sarebbe passato alla storia come percussionista invece che come futurista.

Invece alla storia del percussionismo ci è passato Glen Velez, il papà del Frame Drumming moderno. (Frame drum, ovvero quella serie di tamburi la cui dimensione della superficie da percuotere è nettamente superiore all’altezza del fusto).

Glen, sul piano teorico, ha preso il Solkattu e lo ha mischiato con le più semplici onomatopeiche ritmiche mediorientali; così come, sul piano pratico, ha fatto convolare su un unico tamburo (Bodhràn, Tar, Duff, Bendir o che dir si voglia: la traslitterazione dalle “lingue esotiche” è sempre relativa) le varie tecniche di percussione precipue in quella fascia geografica che va dall’India al Maghreb più occidentale.
N. Scott Robinson, altro grande esponente del frame drumming, ebbe a dirmi che in fin dei conti Glen è come se avesse inventato una tradizione per il suo paese (U.S.A.) che di tradizionale non ha proprio nulla, a parte le pistolettate.
Ovviamente, vuoi per la globalizzazione, vuoi perché i percussionisti hanno una curiosità che manco i gatti, vuoi che tutto quello che viene dall’America ci tocca di default, ecco che il linguaggio di Glen Velez è diventato comune a tutti quei musicisti che bazzicano percussioni italiane, arabe, iraniane, centrasiatiche etc.

Grazie ai ragazzi dell’associazione Frame Drums Italia ed al NoGo Festival Glen Velez verrà a deliziarci con i suoi seminari venerdì 27 marzo, dalle 11:00 alle 18:00, presso l’ex Cartiera Latina nel Parco regionale dell’Appia Antica a Roma.

Per prenotare: Frame Drums Italia, Seminario con Glen Velez

Un esempio di quanto suddetto, Glen suona prima il Riq (Mashreq) e poi il Bodhràn (anche se con una postura particolare) mentre Lori Cotler canta in stile Konnakol (l’equivalente concertistico/aristico del teorico Solkattu):

Questo invece è uno storico video del modo in cui Glen Velez suona il Tar, o Bodhràn, in Lap Style position:

(di Carmine Pongelli)