Vita dietro i tamburi 6 comments on Arsenico e vecchie chitarre

Arsenico e vecchie chitarre

Il mio amico Matteo è ancora convinto che la sera dell’8 febbraio 1998, al Jungle Sound di Milano, sia andato fuori io. Di groove, intendo

E non, come sono certo, che sia stato lui a starnazzare fuori quota una pentatonica rattrappita.

Che poi l’8/2/1998 fossimo veramente al Jungle Sound a suonare è tutto da verificare, perché la data è un’invenzione estemporanea. Il concetto però è quello: c’è sempre un amico Matteo che suona la chitarra e che è convinto che ad andare “fuori” sei stato tu, oppure, in subordine, il bassista. E se c’è un sax è sicuramente anche un po’ colpa sua, ché, è noto, i sassofonisti si credono un po’ tutti CiarliParcher e ti portano fuori che dio la manda.

Al mio amico Matteo devo l’acquisto (vinto e convinto) di una Hamer verde con il manopolone per il tremolo, con tanto di amplificazia ed effetti speciali: girellavamo per un Milano triste e assolata (Milano mi è sempre più triste d’estate che con la nebbia) e ci siamo spiaggiati da Lucky Music: lì dove il portafoglio trema. A lui, inoltre, devo alcuni sapidi commenti sulla mia incapacità relazionale con le 6 corde e un paio di chinotti post-prova in una Milano triste e nebbiosa l’inverno successivo (Milano mi è triste anche con la nebbia, oltre che col sole).

Refini è un personaggino della Rete e merita un post perché è un valente chitarrista, quasi al pari di Sampras, o, che so, Agassi; ed è anche il primo blogger italiano, oltre a essermi stato pard e anche un po’ hobbit nella redazione di Virgilio, quando tra il 1998 e il 1999 ci preparavamo a godere dei frutti bacati della New “Finchédura” Economy.

Ci sono amicizie di cui vale la pena vantarsi anche in off topic: dal 1998, quando ancora perfino la parola internét era robetta per iniziati (figuriamoci i blog che ancora si chiamavano semplicemente “siti” o “pagine personali”), egli iniziò un diario online dedicato alla sua squadra di basket del cuore, l’Olimpia Milano: Io e l’Olimpia.
Essendo egli anche un po’ pennellone (oltre che sapido, intelligente e molto bravo come chitarrista) gioca ovviamente a basket e tifa per una squadra che non ho ancora capito come faccia a restare in serie a (del basket). A questo punto si potrebbe pensare che sia anche interista ma prontamente su Msn mi smentisce rivendicando una fede juventina che non so valutare.

Ora, arrivati a questo punto, la questione è “ma chissene”? Il fatto è che Refo, ritrovandomi grazie (diciamo) a questo blog, è riapparso digitalmente dopo alcuni anni di oblio, se si eccettua una equivoca cena al lume di candela alla Rotonda di Ostia, estate 2000erotti.

Riappare e mi apostrofa con un scrivi di musica? che sei solo uno sfasciapelli che ce scassa con la doppia cassa”, come a dire che le vecchie ferite musicali non si rimarginano mai e che un chitarrista è pur sempre un chitarrista. La Hamer ce l’ho ancora, un po’ impolverata, il tremolo non l’ho mai usato e l’effetto non effetta più. La doppia cassa mi è ridondante (il mio doppio a sinistra è soprattutto un “cowbell” o campanaccio di mucca). Però grazie per l’amarcord.

I vecchi chitarristi non muoiono mai, svaniscono in una pentatonica.

Refo, comunque quella sera al Jungle eri fuori tu.

Karma for drums, Vita dietro i tamburi 3 comments on Kung fu playing

Kung fu playing

Ci sono studi che mi ricordano tanto il “dai la cera, togli la cera” di karatekiddiana memoria.

Sono esercizi la cui essenza è nella ripetizione, una ripetizione ossessiva di pattern e frasi; che non hanno senso se non vengono metabolizzati, che richiedono settimane a volte mesi per entrare in circolo, ma, poi, come d’improvviso, producono effetti inaspettati portandoti a un livello superiore, là dove la “meccanica” (diciamo la tecnica) non avresti mai pensato ti portasse.

Si tratta di studi – cito a caso – come lo Stick control per tamburo di George Lawrence Stone; le variazioni sul tumbao per le congas; il metodo Hanon per pianoforte; 101 montunos e Salsa and afro cuban montunos for piano.

Questi studi vengono generalmente sottovalutati dagli allievi più giovini ma anche da professionisti più maturi e teoricamente preparati, il cui approccio in genere è “l’ho fatto 4 volte, dai lo so”.

Il “dai lo so” è un degli atteggiamenti che, secondo me, rallentano l’apprendimento musicale: una forma di superbia nei confronti della partitura e dello strumento che porta in genere in un vicolo cieco. Ai musicisti sfuggono spesso un approccio e una mentalità che agli sportivi è ben nota. Per loro la ripetizione ossessiva, continua, umile dell'”esercizio” è la base per ogni progresso.
Penso ad esempio a un nuotatore, alle sue vasche, ai tempi con cui si confronta costantemente, al “timing” delle bracciate, alla tecnica del suo stile. Si vedrà che non c’è molta differenza con il lavoro che dovrebbe essere alla base di una seria preparazione musicale: ancora prima dell’aspetto artistico; prima ancora, o meglio, alla base, della musicalità.

Gli stessi principi, per fare un passo avanti, sono alla base delle arti marziali, nella loro versione più spirituale. Chi ha praticato anche solo di sfuggita ma con partecipazione una di queste discipline sa che all'”arte”, cioè alla perfetta esecuzione, si arriva solo attraverso un lavoro intenso fatto di fisicità, assimilazione della tecnica e di lavoro interiore e spirituale.

E’ questo – umiltà, ripetizione, spiritualità – un atteggiamento che risulta utile anche nell’affrontare artisticamente una partitura musicale.
E’ vero che più il vocabolario tecnico è ricco meno saranno le difficoltà a esprimersi; ma – e qui posso scomodare un ottimo didatta come Peter Erskine – è importante entrare nel brano con semplicità, iniziando a farlo girare totalmente rilassati, cercando di capire “dove la musica vuole portarti”, continuando a ripetere ciò che si è capito e allargando lentamente l’orizzonte. “Non si deve suonare – dice sempre Erskine, ma con lui tantissimi altri grandi didatti e musicisti – per far vedere quello che sai fare, ma per interpretare la musica”. Concetto semplice e difficile allo stesso tempo, che spesso dimentichiamo.

Ripetizione, umiltà e leggerezza. Tutto a partire da un semplice “dai la cera, togli la cera”.

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Percussioni, seminario di Roberto Evangelisti

Se dal 5 all’8 maggio (2005) siete in zona Ancona e volete fare un bagno come si deve nella musica afrocubana, è d’obbligo una tappa a Jesi. C’è Roberto ‘Mamey’ Evangelisti in seminario/concerto al Teatro di San Floriano.

Roberto è uno di quei musicisti che “ne sanno a pacchi”, ha una cultura musicale impressionante e ha suonato con tutti i più grandi (Alfredo Rodriguez, Gato Barbieri, Alfredo De La Fe, Horacio “el negro” Hernandez, Lazaro Ros, Papaito, Israel Kantor solo per citarne alcuni); insomma, un Mastro Percussore Globale.

Qui trovate tutte le info e la biografia

Tech 1 comment on Software gratuiti per fare musica: Audacity e LilyPond

Software gratuiti per fare musica: Audacity e LilyPond

Due ottimi programmi gratuiti: uno per registrare ed editare i file audio e l’altro per scrivere musica su pentagramma.

Editing audio: Audacity. Registra, importa, esporta tracce audio, permette di applicare effetti ed editare. Esporta in wav, mp3, Ogg vorbis, flac, midi. Particolarmente utile, per i musicisti, il plugin che permette di lavorare sulla velocità dei brani senza modificare la tonalità: ottimo se si devono studiare brani complessi o trascrivere partiture difficili

Scrivere musica Sul miglior programma gratuito per scrivere musica c’è un pezzo apposta Lilypond, free music notator (editor musicale free)

Esercizi e lezioni di batteria, Karma for drums 0 comments on I 1000 talenti

I 1000 talenti

L’Allievo ha impattato contro un video didattico di Dave Weckl (Back to basics) che gli avevo carognescamente passato. Ora oscilla tra Esaltazione e Sconforto.
Nuove e meravigliose Vie ritmiche crede si siano aperte dinnanzi a lui, ma non è ancora sicuro di avere i mezzi per percorrerle.

La domanda che mi aspettavo è arrivata puntuale accompagnata da sguardo attonito: “ma questo è un mostro!! come fa?” (tra il “come” e il “fa” c’era un esplicito riferimento all’organo sessuale maschile).

L’Allievo è bravino e ha passione. Ma non studia. O meglio, studia poco. Cercava una risposta che lo confortasse e gli dicesse che Quello (Dave) è un marziano e pertanto noi, che siamo poveri terrestri delle 7 note, non possiamo rammaricarci di nulla. Una risposta che evocasse concetti come Talento Assoluto, Genio della Musica e così via.

La mia risposta è stata dolorosa: “Quello è uno che studia, è un professionista e lavora sul suo talento”. Leggasi, studia e non rompere i maroni, perché di scorciatoie non ce ne sono.

Quando ero piccolo pensavo che se studiavo troppo, se le cose non “venivano subito” voleva dire che “non ero portato”: cosa che poteva essere sconfortante ma, in qualche modo, anche consolante.

Questo discorso, poi, l’ho sentito in diverse varianti nel corso degli anni, fatto da molti allievi e anche da qualche maestro che avrebbe fatto meglio a dedicarsi alla pur dignitosa raccolta delle figurine dei papi.

Le cose non vengono mai subito, il talento va alimentato e non bisogna “vergognarsi” del tempo passato a “non riuscire”, perché anche dalle cose che non riescono, a volte, arriva Round midnight. E, se l’Allievo non l’ha capito, il prossimo dvd sarà Horacio “el negro” Hernandez. E quelli saranno davvero dolori.

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Elogio della lentezza (Ray Charles)

Quel missile geniale di Valentino Rossi “mi” va in pole alla prima prova ufficiale del Motogp 2005, correndo come un pazzo (di genio) e a me viene in mente Ray Charles.

E’ che qualche sera fa Sky si è lasciata andare a un momento di laicità e ha trasmesso, canale 109, Ray Charles live at the Olympia. Concerto del 2000, il grande vecchio così vecchio da essere al di fuori del tempo. Eppure così “dentro” il tempo da padroneggiarlo come un Signore del Metronomo.

Narra la leggenda che Ray staccasse i blues talmente lenti, che se tu fossi stato all’inizio del palco quando lui diceva ‘one’ ti saresti potuto fare tutto il palco e metterti allo strumento prima di sentire il ‘two’. E si narra ancora che ai batteristi che non ce la facevano a tenere quella lentezza, il Mastro di Tasti (quelli neri in omaggio) dicesse: “guardami le spalle, come dondolano: quello è il tempo”.

Al concerto dell’Olympia ho fatto la prova. Ho preso il metronomo digitale, modalità tap (cioè pesti i tasti e lui ti dice a quanto vai) e l’ho aspettato.

Stacca Georgia on my mind.
One—> Two—> Three–> Four

Sul display compare 42 bpm. 42, provare per credere, è lento, mooooooolto lento. Ed è difficile, tanto che Billy Cobham, eravamo a un seminario qualche anno fa, a chi gli chiedeva come facesse a suonare a velocità warp, rispondeva: “first of all, learn to play very, very, very slow……”.

Torniamo all’Olympia.

42 sta ancora nel display mentre il brano si snoda, navigando senza fretta. Poi Ray, dopo un paio di cavalli di battaglia allegro ma non troppo lo rifà: stacca Angelina. Questa volta è talmente lento che il metronomo si arrende. Il display si pietrifica in LOW. Low, per la cronaca, è meno di 40 bpm, che sono le colonne d’Ercole del mio click digitale: hic sunt blues, sembra esserci scritto. Inutile dire che il brano è bello da far accaponare la pelle.

Una persona a me molto cara, che sa cantare e vivere blues, sorride dei miei entusiasmi: “E’ questo il tempo del blues. E’ il dondolio di una sedia, su una veranda in riva al Mississipi. Di pomeriggio. Quando fa caldo. Il Missisipi è un fiume lento, il blues è lento”. Tra Low e 42.

Esercizi e lezioni di batteria 0 comments on Clayton Cameron, tecnica per le spazzole (brushes)

Clayton Cameron, tecnica per le spazzole (brushes)


Da navigare, la pagina di demo del batterista “brush master” Clayton Cameron (liberamente tradotto in Mastro Spazzolatore). Le spazzole in questione sono ovviamente quelle che si usano (sempre meno) sulla batteria. Indispensabile conoscerne la tecnica per qualunque batterista professionista (e per il dilettante non allo sbaraglio). Chi pensa che si possano usare solo per accompagnare gli “slow” jazzistici (“e quindi che mi frega, tanto io suono speed metal”) dovrebbe dare un’occhiata ai video (che sono anche gratis).
Clayton Cameron, brushworks (video in formato quicktime).

Per cominciare

Chi volesse approfondire la tecnica sulle spazzole può senz’altro iniziare studiandoci i classici rudimenti per tamburo, per poi passare alle tecniche che sfruttando in modo specifico le caratteristiche di questa sofisticata “bacchetta”.

Esercizi e lezioni di batteria 3 comments on Drum corps

Drum corps


I drum corps (o marching corps) Usa sono in piena attività: periodo di “camps”, dove si studia, si fanno audizioni e si mettono a punto i nuovi show per i campionati della stagione 2005.

I drum corps sono un universo parallelo caratteristico degli Stati Uniti: formazioni che possono arrivare a 300 elementi tra musicisti e ballerini e che danno vita a esibizioni spettacolari, con tutta la cura maniacale che gli americani (del nord) sanno mettere nelle cose “futili”.

Le colonne portanti di queste formazioni, lo dice la parola stessa, sono le drum line, dove si raggiungono punte di eccellenza nell’arte del “tambureggiar marciando” di radice militare.

Un’occhiata al sito di riferimento DCI (drum corps international) può essere utile non solo ai percussionisti (il materiale studiabile è moltissimo, video e audio, con i riferimenti ai siti delle singole formazioni), ma a tutti i musicisti, per un assaggio di cosa vuol dire suonare in formazione estesa.

Certo, a volte vedere qualche decina di musicisti che se ne vanno in giro per i campi di football vestiti come guardie svizzere può far sorridere; in alcuni casi il testosterone a stelle e strisce può essere stucchevole, ma qui è veramente il caso di soprassedere su eventuali antipatie perché la qualità c’è tutta.

Segnalo anche alcuni video (quick time) dei Blue Devils, una delle formazioni più blasonate, ripresi in backstage durante le sessioni di studio.

Blue devils (warm up 1)

Blue devils (warm up 2, coreografia)

Per chiudere un link dedicato a chi vuole mettersi subito a studiare, una volta chiuso questo post: Cadenze, spartiti, esercizi e warm up per rullante e drumline esercizi utilissimi anche per chi non fara’ mai parte di una marching band ma vuole sviluppare la sua tecnica sui tamburi.

Vita dietro i tamburi 2 comments on Minidisc assassino

Minidisc assassino

Transito dalla sala prove con la brillante idea: “oggi mi registro tutto”.

Ne viene fuori che le idee brillanti non dovrebbero affacciarsi in un qualsiasi giovedì di febbraio: per superare certi sciòc serve almeno ‘naiurnata ‘e sole.

Mi siedo un po’ tronfio dietro La Cosa, convinto che poi, in macchina, mi amerò moltissimo. In fondo ogni tanto capita di sentirsi bravi a prescindere, no?

45 minuti, di traccia; buoni un paio di idee e 3-4 secondi. Il resto lo manderò alla De Filippi: potranno usarlo per torturare gli “Amici” quando non studiano. That’s the drum baby. Mi sta bene, così imparo a essere tronfio.

Registrarsi in fase di studio è come andare nudi a una seduta di autocoscienza: nulla resta impunito. Non quelle terzine cadenti, non quel groove gruviera, non quei fill da commodore 64; per non parlare di quel dispari parificato.

Comunque, sempre, è tutta colpa del minidisc. Esattamente come l’asfalto è reso viscido dalla pioggia e la montagna chiede il suo tributo di sangue.

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A volte rintronano

Dopo sei mesi riappare un allievo che avevo dato per disperso; convenevoli di rito, baci e abbracci. Sorvola elegantemente sulla mia reprimenda in agguato: “che hai combinato (sottinteso: in senso musicale)?”, rifugiandosi in un vago “mi sono trasferito”.

Gli dico che mi ricorda C’era una volta in America: “che hai fatto in tutti questi anni Noodles?”. “Sono andato a letto presto”.

Ride; dice: “ci vediamo sabato?”. Io: “sì, visto che non mi sono trasferito ho sviluppato un po’ di cose che possono interessarti”. Lui: “ah ok, comunque non vedo l’ora di suonare la tua batteria”.

Tira di più un rullante in legno…