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Tamburi di guerra

Mylai
Haditha sto qui a spiegarla.
Solo, a chi questo nome non dice nulla, un consiglio amichevole: inutile continuare a leggere questo post.

Haditha, è una storia vecchia. L’idea, l’esigenza – più che altro – è di raccontarla con i tamburi. Ci sono pro e contro: da una parte pochi strumenti come i tamburi hanno a che fare con la guerra. La loro voce è risuonata per secoli sui campi di battaglia, parte del loro repertorio più importante è legato ai conflitti. Dall’altra parte: come racconti una cosa del genere? Senza cadere nella retorica percussiva, intendo.

Comunque vada, anche se il risultato finale sarà una cagata musicale pazzesca, Haditha è una storia che merita di essere pensata, non perché sia eccezionale ma per la sua “normalità”.
E perché crediamo di esserne “lontani” moralmente e geograficamente.
E perché sotto ogni bandiera, non solo a quella a stelle e strisce, prima o poi qualcuno crede che dio sia davvero solo dalla sua parte.

ndr: La foto di introduzione a questo post non è un errore. Strage di My Lai, Vietnam. Altra spiaggia, uguale mare (di sangue).

Karma for drums 0 comments on Trascrizioni jazz

Trascrizioni jazz

Drslump1 Jazz transcription for bass, saxophone, piano, trumpet: from Anthony Jackson to Miles Davis, from Coltrane to Marcus Miller

Una ricca sezione di trascrizioni nel sito personale del bassista Lukas Pickford. Diplomato al Berklee College of Music mette online partiture impegnative non solo per basso (Anthony Jackson, Jaco Pastorius, Marcus Miller […]) ma anche per piano (Michel Camilo, Chick Corea, Herbie Hancock, Bill Evans […]), tromba (Chet Baker, Miles Davis […]), chitarra (Stern, Kahn, Scofield, McLaughlin, Metheny […]), sassofono (Coltrane, Henderson, Hawkins, Brecker […]) e altro.

Karma for drums 5 comments on Tambores de fundamento

Tambores de fundamento

Che pensare di un popolo i cui sceneggiatori televisivi riescono a concepire la seguente trama: un gruppo di immigrati illegali nigeriani arriva nel Paese della Libertà e della Democrazia portandosi dietro tutto un conglomerato di cose sospette, tra cui i loro rustici tamburi in vera pelle animale.
Detti tamburi, essendo clandestini come i loro padroni, sono probabilmente strumenti del demonio e quindi – bastardi – celano nei loro più reconditi anfratti nientepopodimento che le spore di Antrace!!

(Coro: Uh, oh! – spore di antrace!)

I suonatori clandestini si esibiscono in un mercatino rionale, dove notoriamente le misure di Sicurezza Totalitaria a Protezione dei Consumatori sono sconosciute e, tra un poliritmo e un altro, contagiano per inalazione di spore di antrace molti buoni cittadini regolari americani.
Buoni cittadini che, va detto, sono anche un po’ colpevoli per il fatto di aver ceduto alle lusinghe del poliritmo, perché, come dicevano certi predicatori: “ogni ritmo sincopato è in sé uno strumento di depravazione”. (crf, Taboo Tunes)

Io lo so cosa pensare di un popolo i cui sceneggiatori – quelli di Medical Investigation – riducono tutta la grandezza della più ancestrale forma espressiva all’ennesimo spunto per creare tensione, sospetto verso tutto ciò che è “Altro” e quindi pretesto per l’ennesima campagna per la Sicurezza e la Prevenzione contro il Nemico Chiunque Esso Sia.

OdaikoPur essendo notoriamente meno intelligente della media arrivo anche io a capire che si tratta di solo una serie tv, che non si può fare di ogni sceneggiatore un popolo e che questo post starebbe forse meglio sullo splendido blog Della serie.
Lo capisco tantissimo, con un “ma”. Siccome quando un popolo ha paura spesso spara, vorrei rasserenare l’audience ricordando che quasi tutte le culture considerano i tamburi come oggetti “divini”.

Per migliaia di anni sono stati costruti con la pelle degli animali sacrificati (cioè donati alla divinità e per questo resi, appunto, “sacri”). Così, ad asempio, i batà de fundamento della Regla de Ocha (nota ai più come Santeria cubana); oppure, più vicino a noi, i tamburelli salentini che, nella tradizione, hanno il potere di guarire dal morso della taranta; oppure, molto più lontano da noi, gli splendidi Taiko sacri giapponesi. Che, che, che….

Quindi la prossima volta che passate in un mercatino dove qualcuno suona tamburi africani non fermatevi, non ascoltate. Non respirate nemmeno. Avrete sicuramente salva la vita (se qualcuno non vi stira all’incrocio successivo).
E pazienza se vi sarete persa la voce di un dio, per quanto minore.

Karma for drums, Vita dietro i tamburi 4 comments on Rumbita linda

Rumbita linda

Rumba_1 L’occasione era un cumpleaño de Santo. Invita che ti invita che ti invita mi ritrovo in casa un esercito di percussionisti italo-cubani, qualche nome illustre della scena musicale romano-habanera (tipo Roberto Evangelisti), 3/4 di Taranta power, un pacco di cantanti appassionati di domino, antenati e spiriti assoriti.
Ci sono pezzi di Ostia che sembrano la Habana e in certe sere, anche di più. Bella festa e nemmeno llegò la policia (cosa che va a merito degli antenati e spiriti assortiti, ovviamente).

Questo Yambu mi pare un ascolto gradevole (dopo le proteste dei vicini se lo sono suonato “suavesito”)
Yambù emmepitré

Info collaterali:
Yambu, partitura
Wikirumba

Karma for drums, Vita dietro i tamburi 2 comments on Il mio piede destro

Il mio piede destro

E’ incredibile come la presenza di corpi estranei in sala prove modifichi la musica della band.

E’ qualcosa che, credo, abbiamo sperimentato tutti. Da evitare, anche se ci sono volte in cui la presenza è utile. In genere succede che quello che prima funzionava non funziona più e che cose inaudite vengono fuori senza nemmeno averle pensate. Ma, almeno nella mia esperienza, il risultato è generalmente negativo.

Anche senza arrivare al caso estremo del “gruppo adolescenziale con apparizione di bipedi a tetta”, in genere si scatena nei musici una strana sindrome da palcoscenico, come se la sala fosse diventata improvvisamete San Siro o l’Apollo theatr. Una incontenibile, seppure spesso inconscia, ansia da prestazione: misolidie seminude sacrificate alla patria, volumi da ottuagenari alla festa dei nipotini, break e fill ritmici appesi e abbandonati, scalette e ragionevolezza confinati nel canale rotto del mixer, battute ed entusiasmo da Zelig bulgaro.

Ogni tanto è un’esperienza da provare, per quanto, secondo me, la sala prove dovrebbe essere un luogo quasi inaccessibile a mariti/mogli/fidanzate/amici che, in genere e peraltro, nonostante l’impegno da show dei “membri”, si rompono pure moltissimo i coglioni. (Le facce degli ospiti alla terza replica di do/fa/sol/fa/ttricchetracche, le abbiamo viste tutti).

Quando ti ascolta uno così, anche se non vuoi e anche hai macinato i tuoi bei km di pentagrammi, un po’ l’emozione si fa sentire. A me, in genere, si blocca il piede destro. Quello della cassa, che nel suo piccolo è abbastanza bionico. E’ divertente come si riesca a perdere ogni tipo di controllo anche fisico oltre che artistico su una parte del corpo.
Improvvisamente essa diventa riluttante a riconoscere la tua discutibile autorità e cose banali diventano difficilissime. Mi capita, a volte, anche senza ragione (cioè senza uditori adesso e tette quando ero piskello), ma la ricetta per uscirne è sempre la stessa: rilassare, fare un passo indietro, non incaponirsi in figurazioni che sono per il momento perse e cercare di rientrare in sintonia con lo strumento o con quella specifica parte dello strumento che da muro di cemento armato deve ridiventare “morbida” ed elastica.

Fossi mai giunco nella temBesta?

Stasera si prova. Piede mio sii ragggionevole

Karma for drums, Vita dietro i tamburi 5 comments on Green Day 14-37

Green Day 14-37

E c’è chi dice che a insegnare non si impara niente. Oggi ricomincio il corso di batteria nel centro social cultural politico cheoperasulterritorio, disinistramanondogmatico con un teatro tutto nuovo e 8000 euro di scoperto bancario (questo).
Quando mi capita un allievo che ha una ventina d’anni meno di me (e inizia a capitare spesso, purtroppo) la prima cosa che chiedo è che musica ascolta, tanto entrare in sintonia e capire in che direzione muovermi.
Per mestiere e per passione ascolto gran parte della musica prodotta, passata e presente. Ma ci sono eccezioni grosse: generi che frequento solo per documentarmi, artisti che disprezzo per principio, altri che non ho il tempo di sentire.
Senza contare che, anche se compatisco serenamente quelli che pensano che tutto sia già stato suonato, alla mia “veneranda” età, si ha spesso la presunzione di aver già sentito molto e di non avere molto tempo da perdere ché la vita è breve e gli anni scorrono più velocemente di un brano speed metal.

Insomma, gli allievi sono anche un ottimo modo per capire a che punto sei con la demenza senile.

Per questa volta l’esame è passato: Green Day. Li “sapevo”, qualche pezzo mi piace pure, per quanto la musica eccessivamente bianca e schitarrosa non mi provochi sommovimenti ormonali. L’anno scolastico è salvo.

Esercizi e lezioni di batteria, Karma for drums 3 comments on Kung fu playing

Kung fu playing

Ci sono studi che mi ricordano tanto il “dai la cera, togli la cera” di karatekiddiana memoria.

Sono esercizi la cui essenza è nella ripetizione, una ripetizione ossessiva di pattern e frasi; che non hanno senso se non vengono metabolizzati, che richiedono settimane a volte mesi per entrare in circolo, ma, poi, come d’improvviso, producono effetti inaspettati portandoti a un livello superiore, là dove la “meccanica” (diciamo la tecnica) non avresti mai pensato ti portasse.

Si tratta di studi – cito a caso – come lo Stick control per tamburo di George Lawrence Stone; le variazioni sul tumbao per le congas; il metodo Hanon per pianoforte; 101 montunos e Salsa and afro cuban montunos for piano.

Questi studi vengono generalmente sottovalutati dagli allievi più giovini ma anche da professionisti più maturi e teoricamente preparati, il cui approccio in genere è “l’ho fatto 4 volte, dai lo so”.

Il “dai lo so” è un degli atteggiamenti che, secondo me, rallentano l’apprendimento musicale: una forma di superbia nei confronti della partitura e dello strumento che porta in genere in un vicolo cieco. Ai musicisti sfuggono spesso un approccio e una mentalità che agli sportivi è ben nota. Per loro la ripetizione ossessiva, continua, umile dell'”esercizio” è la base per ogni progresso.
Penso ad esempio a un nuotatore, alle sue vasche, ai tempi con cui si confronta costantemente, al “timing” delle bracciate, alla tecnica del suo stile. Si vedrà che non c’è molta differenza con il lavoro che dovrebbe essere alla base di una seria preparazione musicale: ancora prima dell’aspetto artistico; prima ancora, o meglio, alla base, della musicalità.

Gli stessi principi, per fare un passo avanti, sono alla base delle arti marziali, nella loro versione più spirituale. Chi ha praticato anche solo di sfuggita ma con partecipazione una di queste discipline sa che all'”arte”, cioè alla perfetta esecuzione, si arriva solo attraverso un lavoro intenso fatto di fisicità, assimilazione della tecnica e di lavoro interiore e spirituale.

E’ questo – umiltà, ripetizione, spiritualità – un atteggiamento che risulta utile anche nell’affrontare artisticamente una partitura musicale.
E’ vero che più il vocabolario tecnico è ricco meno saranno le difficoltà a esprimersi; ma – e qui posso scomodare un ottimo didatta come Peter Erskine – è importante entrare nel brano con semplicità, iniziando a farlo girare totalmente rilassati, cercando di capire “dove la musica vuole portarti”, continuando a ripetere ciò che si è capito e allargando lentamente l’orizzonte. “Non si deve suonare – dice sempre Erskine, ma con lui tantissimi altri grandi didatti e musicisti – per far vedere quello che sai fare, ma per interpretare la musica”. Concetto semplice e difficile allo stesso tempo, che spesso dimentichiamo.

Ripetizione, umiltà e leggerezza. Tutto a partire da un semplice “dai la cera, togli la cera”.

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Percussioni, seminario di Roberto Evangelisti

Se dal 5 all’8 maggio (2005) siete in zona Ancona e volete fare un bagno come si deve nella musica afrocubana, è d’obbligo una tappa a Jesi. C’è Roberto ‘Mamey’ Evangelisti in seminario/concerto al Teatro di San Floriano.

Roberto è uno di quei musicisti che “ne sanno a pacchi”, ha una cultura musicale impressionante e ha suonato con tutti i più grandi (Alfredo Rodriguez, Gato Barbieri, Alfredo De La Fe, Horacio “el negro” Hernandez, Lazaro Ros, Papaito, Israel Kantor solo per citarne alcuni); insomma, un Mastro Percussore Globale.

Qui trovate tutte le info e la biografia

Esercizi e lezioni di batteria, Karma for drums 0 comments on I 1000 talenti

I 1000 talenti

L’Allievo ha impattato contro un video didattico di Dave Weckl (Back to basics) che gli avevo carognescamente passato. Ora oscilla tra Esaltazione e Sconforto.
Nuove e meravigliose Vie ritmiche crede si siano aperte dinnanzi a lui, ma non è ancora sicuro di avere i mezzi per percorrerle.

La domanda che mi aspettavo è arrivata puntuale accompagnata da sguardo attonito: “ma questo è un mostro!! come fa?” (tra il “come” e il “fa” c’era un esplicito riferimento all’organo sessuale maschile).

L’Allievo è bravino e ha passione. Ma non studia. O meglio, studia poco. Cercava una risposta che lo confortasse e gli dicesse che Quello (Dave) è un marziano e pertanto noi, che siamo poveri terrestri delle 7 note, non possiamo rammaricarci di nulla. Una risposta che evocasse concetti come Talento Assoluto, Genio della Musica e così via.

La mia risposta è stata dolorosa: “Quello è uno che studia, è un professionista e lavora sul suo talento”. Leggasi, studia e non rompere i maroni, perché di scorciatoie non ce ne sono.

Quando ero piccolo pensavo che se studiavo troppo, se le cose non “venivano subito” voleva dire che “non ero portato”: cosa che poteva essere sconfortante ma, in qualche modo, anche consolante.

Questo discorso, poi, l’ho sentito in diverse varianti nel corso degli anni, fatto da molti allievi e anche da qualche maestro che avrebbe fatto meglio a dedicarsi alla pur dignitosa raccolta delle figurine dei papi.

Le cose non vengono mai subito, il talento va alimentato e non bisogna “vergognarsi” del tempo passato a “non riuscire”, perché anche dalle cose che non riescono, a volte, arriva Round midnight. E, se l’Allievo non l’ha capito, il prossimo dvd sarà Horacio “el negro” Hernandez. E quelli saranno davvero dolori.

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Elogio della lentezza (Ray Charles)

Quel missile geniale di Valentino Rossi “mi” va in pole alla prima prova ufficiale del Motogp 2005, correndo come un pazzo (di genio) e a me viene in mente Ray Charles.

E’ che qualche sera fa Sky si è lasciata andare a un momento di laicità e ha trasmesso, canale 109, Ray Charles live at the Olympia. Concerto del 2000, il grande vecchio così vecchio da essere al di fuori del tempo. Eppure così “dentro” il tempo da padroneggiarlo come un Signore del Metronomo.

Narra la leggenda che Ray staccasse i blues talmente lenti, che se tu fossi stato all’inizio del palco quando lui diceva ‘one’ ti saresti potuto fare tutto il palco e metterti allo strumento prima di sentire il ‘two’. E si narra ancora che ai batteristi che non ce la facevano a tenere quella lentezza, il Mastro di Tasti (quelli neri in omaggio) dicesse: “guardami le spalle, come dondolano: quello è il tempo”.

Al concerto dell’Olympia ho fatto la prova. Ho preso il metronomo digitale, modalità tap (cioè pesti i tasti e lui ti dice a quanto vai) e l’ho aspettato.

Stacca Georgia on my mind.
One—> Two—> Three–> Four

Sul display compare 42 bpm. 42, provare per credere, è lento, mooooooolto lento. Ed è difficile, tanto che Billy Cobham, eravamo a un seminario qualche anno fa, a chi gli chiedeva come facesse a suonare a velocità warp, rispondeva: “first of all, learn to play very, very, very slow……”.

Torniamo all’Olympia.

42 sta ancora nel display mentre il brano si snoda, navigando senza fretta. Poi Ray, dopo un paio di cavalli di battaglia allegro ma non troppo lo rifà: stacca Angelina. Questa volta è talmente lento che il metronomo si arrende. Il display si pietrifica in LOW. Low, per la cronaca, è meno di 40 bpm, che sono le colonne d’Ercole del mio click digitale: hic sunt blues, sembra esserci scritto. Inutile dire che il brano è bello da far accaponare la pelle.

Una persona a me molto cara, che sa cantare e vivere blues, sorride dei miei entusiasmi: “E’ questo il tempo del blues. E’ il dondolio di una sedia, su una veranda in riva al Mississipi. Di pomeriggio. Quando fa caldo. Il Missisipi è un fiume lento, il blues è lento”. Tra Low e 42.